Parla con me e con Emanuela Beneventi

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Emanuela Beneventi non riesce mai a stare ferma: una trottola di emozioni positive e un ventaglio di straordinaria intraprendenza, applicate alla dolcezza delle sue buone maniere, la pervadono in ogni istante.

Emanuela ha sempre una parola di conforto e una spalla su cui appoggiarsi per riflettere sulle belle e brutte esperienze che la vita ci lascia. E tutte le volte che ciò accade, ti rendi conto che Emanuela ha la capacità di trasmetterti tutta la sua spontanea umanità.

Emanuela è fatta così: crede fermamente che la gentilezza, il rispetto e l’umiltà siano la vera spinta per coltivare il mondo in ogni sua forma e sfaccettatura.

Ciao Emanuela, benvenuta in questo nostro piccolo spazio de L’otto mensilmente, da anni gentilmente ospitato da First Cisl Emilia Romagna.

Ti abbiamo invitata perché tu ci possa raccontare un po’ di te attraverso una brevissima intervista; tuttavia, prima di iniziare con le domande vere e proprie, vogliamo che ti presenti al pubblico attraverso un piccolo riassunto sulla tua vita: raccontaci chi sei, che studi hai fatto e di cosa ti occupi oggi.
Mi chiamo Emanuela, sono nata e vissuta a Bologna.

Mi sono laureata in Giurisprudenza e da diversi anni lavoro nel credit management in azienda. Sono figlia di agricoltori e sono cresciuta in campagna con un’etica del lavoro molto forte. Dai miei genitori ho ereditato l’onestà, la correttezza e una grande umiltà.

La mia voglia di fare e determinazione mi hanno guidato verso una lunga gavetta, iniziando a lavorare molto giovane e mi ha portato a grandi soddisfazioni umane e professionali. Il mio percorso non è sempre stato lineare, ho affrontato difficoltà importanti, ma ho sempre avuto la forza di combattere e rialzarmi. Ho imparato a cercare e a preservare la mia felicità a prescindere da come girano le cose e al centro del mio vivere pongo sempre il rispetto per me stessa e per gli altri.

Mi definiscono una persona vera, umana e solidale, anche nel lavoro. Mi piace pensare che aspetti come la gentilezza e l’umiltà possano essere drivers di crescita della mia persona, come donna in ogni aspetto della mia vita.

La mia più grande passione è il mare e sono una grande amante dei dolci, ai quali non so rinunciare.

Passiamo ora allo specifico di questa monografia: l’intervista. Ti faremo alcune essenziali domande affinché attraverso le tue risposte si possa continuare a tracciare un solco positivo all’interno della società, grazie al quale poter proseguire la nostra semina di buone intenzioni e di azioni efficaci per la costruzione di una cultura fondata sul rispetto di genere e priva di qualsiasi forma di violenza, soprattutto nei confronti delle donne.

1) Quale è stata la gioia più grande che hai provato nella tua vita?
La gioia più grande della mia vita l’ho provata quando ho reso felici i miei genitori per qualcosa di grande che ho compiuto.

Dopo la mia laurea, conquistata con immensa fatica a causa di una salute non proprio a favore in quegli anni, è stato cenare per la prima volta tutti insieme nella casa che ho costruito dopo tre anni di cantiere vissuti in prima linea e in cui risiedono le radici della famiglia, a partire dal nonno paterno che acquistò il fondo per dare in lascito ai figli un futuro.

L’aver valorizzato e continuato il progetto dei nonni è stata una grande gioia diretta e condivisa allo stesso tempo. È stato qualcosa che ho perseguito da sola, senza nessun uomo che mi aiutasse. Ricordo ancora l’impresa edile che mi chiedeva, a fronte di un lavoro così impegnativo, se fossi in procinto di sposarmi. L’essere unica committente di questo progetto mi ha resa per anni orgogliosa di essere proprio un simbolo di libertà e indipendenza.

2) E invece quale è stato il dolore che più ti ha segnato profondamente l’animo?
Il dolore che ha segnato maggiormente il mio animo è stato ammalarmi di linfoma di Hodgkin da giovane, non per la malattia in sé che è stata e può essere transitoria in qualsiasi momento, ma l’aver toccato con mano la caducità della vita proprio nell’età in cui non ce lo si aspetta, in cui essa dovrebbe scorrere inattaccabile.

Il dolore è stato per me “l’abbassare le ali”, il realizzare (e il temere) che tutto da un momento all’altro potesse finire e che non ci si può fidare nemmeno del proprio corpo, che non è mai un reale “pilota” della propria vita. È stato perdere le proprie aspettative nel momento in cui si costruiscono sogni.

3) Questo dolore come ha condizionato la tua vita? Come sei riuscita a trasformare questo dolore in voglia di farcela?
Ha condizionato la mia vita donandole spesso paura, senso di fragilità, “rabbia da dolore”, senso di attaccamento alle “certezze” sia in termini professionali che affettivi, sensibilità rispetto a gesti e parole altrui, in una risposta emotiva alla vita in cui si tende a prendere “a morsi” anche l’ordinario e ciò che magari altri hanno già.

Col tempo ho imparato a trasformare il dolore in pace e amore, a volte anche in senso di gratitudine, cercando di vivere rapporti personali e professionali sani, veri e di fiducia dove il senso di umanità, spesso profondamente riconosciuto dalle persone che mi stanno attorno, fa da padrone.

Ho trasformato la sofferenza personale in “rivalsa”, in voglia di riscattare traguardi, come la laurea, un posto di lavoro a cui ambivo, una casa e una famiglia di cui sono fiera, come mezzo per ritrovare fiducia nel corpo e bellezza nella vita: “ehi sono viva e sto bene, sono riuscita a fare anche questo”, un motto per me costante. Il fare, per sé stessi e per gli altri con senso di amore e solidarietà, continua per me a testimoniare l’esserci ancora in questo mondo e a rappresentarne con merito un piccolo scorcio.

4) Quanti sacrifici hai dovuto fare per essere la donna che sei ora? E per ricoprire il ruolo che oggi hai nella società (civile... lavorativa...)?
I sacrifici in cui mi sono imbattuta sono tanti, molti li ho scelti in maniera consapevole, come la fatica e l’impegno per la formazione unita al lavoro per mantenermi agli studi, privazioni economiche per costruire qualcosa.

Dal punto di vista sociale e lavorativo quelli che definisco sacrifici hanno anche un’accezione negativa, non hanno a che fare con le privazioni o lo stress del fare, ma con l’accettare di stare un passo indietro per non calpestare il campo altrui, scendendo anche a patti con la propria energia e voglia di fare, perché potenzialmente oggetto di fraintendimenti. L’intraprendenza non è sempre vista in termini positivi e di valore aggiunto.

Anche la sensibilità e l’umanità femminile a volte sono aspetti da sacrificare perché non considerati in linea con gli obiettivi di un lavoro o di un ruolo. Sono pochi gli esempi di donne che hanno il coraggio di esporsi scegliendo di essere le donne che realmente sono, pur avendo le carte vincenti per essere sé stesse nel lavoro come a casa. A volte il sacrificio più grande è semplicemente non poter fare squadra con gli altri quando lo si vorrebbe o quando potendolo realizzare si rivelerebbe la chiave di volta di innumerevoli situazioni.

5) Se volessi con una parola definire la situazione della donna oggi nel mondo, quale useresti? E per quale motivo useresti questa parola?
La condizione della donna oggi nel mondo la definisco inespressa per il fatto che non siamo ancora riusciti a svecchiare certi limiti, stereotipi ed entropie generate da non gestire con valore le diversità uomo-donna.

È come se la donna dovesse ancora trovare il proprio posto nel mondo e come se il proprio ruolo fosse al contrario sempre più confuso, nella misura in cui si tende a perdere alcune caratteristiche femminili, perché in contrasto con ruoli di potere, per poi rivendicarle in altre sedi dove c’è ancora molto da fare per la tutela della libertà e dell’emancipazione.

6) In che modo la società deve cambiare, affinché si concretizzi un pensiero collettivo di progresso civile e culturale grazie al quale la donna sia finalmente libera, emancipata e mai più soggiogata al potere e alle volontà maschili?
Vorrei una donna più libera e sicura di essere donna in qualsiasi sede senza bisogno di doversi giustificare o sentirsi un passo indietro. Parificazione e tutela del sesso “debole” dovrebbero tendere allo stesso scopo, in realtà spesso giocano in contrasto tra loro. Trovo in certi contesti un’esaltazione eccessiva dell’indicazione di genere laddove magari non serve riferirsi a un uomo o a una donna, ma sarebbe sufficiente considerare una “figura” indipendentemente dal sesso (e questo a mio avviso sarebbe la vera parificazione).

In molti contesti si ha necessità di sfruttare e valorizzare la capacità di organizzare e gestire più attività insieme e proprio in questi casi la qualità delle donne di essere al contempo mogli e madri che organizzano quotidianamente la famiglia dovrebbe essere considerato un plus, non un limite. Trovo che ad oggi nella considerazione della donna permanga un forte limite, mentre non se ne vedono le incredibili possibilità. Per contro è doveroso considerare che viviamo in un paese dove la donna può ritenersi libera e dove le possibilità di affermarsi sono notevoli, ma dipende molto anche da come la donna stessa decide di fare uso della propria personalità, da come decide di apparire di fronte agli altri e dal senso di responsabilità verso le altre donne nei ruoli che rappresenta, ponendosi come una sorta di faro anche per le altre donne, soprattutto nei ruoli dirigenziali e nella politica.

Dico questo perché spesso la situazione della donna non premia le donne “normali”, anche nel rapporto donna-donna: nella mia esperienza la considero un po’ quella “voce del popolo” che dice le cose come stanno in maniera pragmatica e lungimirante e che andrebbe più ascoltata. Invece al contrario ci troviamo spesso in ruoli di esposizione quelle donne che non vorrebbero nemmeno le donne stesse. C’è bisogno di donne che non scendano a compromessi con l’essere donne e che rispetto al potere e alla volontà del sistema giochino una partita da donna, non da uomo. C’è bisogno anche di spostare alcuni valori in modo da accettare i cambiamenti e il tempo che passa. Se l’uomo col tempo acquista consapevolezza e forza nel proprio percorso personale, famigliare e professionale, non si comprende come, al contrario la donna si possa invece sentire un fiore che sfiorisce più in fretta con l’età. Credo che la risposta sia proprio questa: dovrebbero cambiare i fattori di forza femminili comunemente stereotipati dalla società per far entrare in gioco nuovi ideali su cui promuovere la tutela e il ruolo della donna, magari disancorati all’età, alla presenza e alla capacità di seduzione, da sempre troppo esaltati.

7) Quale consiglio vorresti dare ad una donna che sta vivendo una situazione di difficoltà?
Le consiglierei di affrontare il problema e di fare il necessario per superarlo puntando più alla razionalità che all’emotività, di non maturare rabbia e insofferenza perché sono sentimenti né utili né costruttivi, di non sentirsi debole e sola, ma di avere il coraggio di chiedere aiuto se necessario.

Le consiglierei inoltre di non sentirsi sopraffatta, di non identificarsi nella propria situazione di dolore perché non si è solo ciò che si vive, si è ciò che si desidera essere. Di guardare alla propria vita oltre quella situazione, di circoscriverla a un’esperienza che non può condizionare tutto il resto, di rialzarsi con la consapevolezza che in ogni giorno nuovo si può seminare il proprio futuro, in ogni ambito.

Emanuela, ti ringraziamo per il prezioso tempo che ci hai dedicato. Ti auguriamo che tutti i tuoi sogni si possano realizzare sia in ambito personale che lavorativo. Prima di lasciarci però, a chiosa finale di questo nostro incontro virtuale, vorremmo che tu facessi un appello contro la violenza sulle donne.
Il mio appello alle donne è di non rinunciare mai a essere tali, a quella moltitudine di accezioni e caratteristiche che l’essere donna contiene. Di vivere con entusiasmo e passione tutto ciò che l’essere donne implica, nella società come nella propria casa. Il mio appello è di non sminuire mai alcuni aspetti emotivi e umani che la società tende a eclissare, ma di usarli come strumento. La vera forza, anche contro la violenza stessa, è dominare le emozioni e i sentimenti e non esserne vittima, in modo da dimostrare e ricordare ogni giorno alla società quanto la guida consapevole e razionale della nostra emotività possa creare valore e idee e al contempo fare da ingrediente imprescindibile di tante decisioni.

 

 

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