Parla con me e con Laura Cadoni

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Quando pensiamo che le donne siano fragili, ci dobbiamo, prima o poi, sempre ricredere. È un pregiudizio che ci abbaglia, frutto di una falsa ideologia prettamente patriarcale, ingiustamente radicata ancora oggi all’interno della nostra società.

In secoli e secoli di storia non siamo riusciti a carpire il senso profondo dell’espressone “partorirai con dolore”: ecco, la forza delle donne, non risiede semplicemente nella sofferenza dell’atto materno, perché quel coraggio risuona dentro di loro in ogni momento avverso.

Quando per esempio denunciano un sopruso, quando scelgono un vestito noncuranti dei giudizi maschili o quando rivendicano quella parità e quelle uguaglianze troppo spesso negate.

E in questa meravigliosa occasione della giornata internazionale dei diritti della donna è doveroso ricordare che le donne partoriscono non solo figli e figlie, ma anche messaggi di speranza, affinché giunga presto il momento in cui il rispetto sia preponderante e stabile base della nostra cultura.

E le tenere parole di Laura Cadoni contengono una grande determinazione nel perseverare in questo obiettivo: non arrendersi di fronte alle avversità e continuare a credere nella cosa più importante di tutte: la vita.

Laura lo ha fatto e continua a farlo con armi efficaci e non convenzionali: la dolcezza del suo sorriso, la ricerca di un senso positivo e profondo in tutte le esperienze vissute e trasformando la sofferenza provata nella forte volontà di unirsi e restare insieme per cambiare anche solo una piccola parte del mondo in cui viviamo.

Ciao Laura benvenuta in questo nostro piccolo spazio de L’otto mensilmente, da anni promosso e sostenuto da First Cisl Emilia Romagna.

Ti abbiamo invitata perché tu ci possa raccontare un po’ di te attraverso una brevissima intervista; tuttavia, prima di iniziare con le domande vere e proprie, vogliamo che ti presenti al pubblico attraverso un piccolo riassunto sulla tua vita: raccontaci chi sei, che studi hai fatto e di cosa di occupi oggi.
Mi chiamo Laura, sono nata e vissuta in Sardegna fino ai miei 19 anni, poi mi sono trasferita a Bologna per studio. Mi sono laureata al Dams nel 2004, e da allora ho avuto diverse esperienze lavorative, tutte purtroppo in qualche modo caratterizzate dalla precarietà che oggi è diventata un elemento peculiare del mondo del lavoro. Credo di essermi impegnata molto e di continuare a farlo, ma il mondo del lavoro è cambiato e prenderne atto è importante se si vogliono raggiungere obiettivi di miglioramento.

Passiamo ora allo specifico di questa monografia: l’intervista. Ti faremo alcune essenziali domande affinché attraverso le tue risposte si possa continuare a tracciare un solco positivo all’interno della società, grazie al quale poter proseguire la nostra semina di buone intenzioni e di azioni efficaci per la costruzione di una cultura fondata sul rispetto di genere e priva di qualsiasi forma di violenza, soprattutto nei confronti delle donne.

1) Quale è stata la gioia più grande che hai provato nella tua vita?
Sicuramente l’esperienza della maternità è stata per me una gioia immensa, entrambe le volte in cui l’ho vissuta e – posso dirlo oggi con assoluta certezza – senza distinzione, nonostante il mio secondo bambino, Stefano, alla nascita abbia immediatamente presentato i sintomi di una malattia senza cura, una malattia mitocondriale. Non riusciva a respirare ed è stato subito intubato, strappato dalle mie braccia prima ancora di poterlo accarezzare.

Superata la sensazione di smarrimento iniziale, l’esperienza della mia seconda maternità è stata senza dubbio un’esperienza fortissima e bellissima e, come la prima, una gioia senza pari.

Con esperienza della maternità non intendo naturalmente la maternità in sé, ma tutte quelle piccole cose della quotidianità nella crescita dei figli, vivere i loro progressi, ascoltare i loro bisogni e i loro desideri, sentire il loro calore e il loro affetto incondizionato, vedere ogni giorno i loro sorrisi, è un’esperienza insostituibile.

2) E invece quale è stato il dolore che più ti ha segnato profondamente l’animo?
L’iniziale dolore intenso e la difficoltà nell’accettare la diagnosi della malattia di mio figlio, una malattia che non gli avrebbe sicuramente lasciato nessuna possibilità di sopravvivenza, ma neppure, e questo poteva sembrarmi all’inizio ancora più drammatico, nessuna possibilità di vivere una vita “normale” per come oggi viene considerata nella nostra società. Questa sensazione di impotenza, di smarrimento e sfinimento di fronte a qualcosa che sicuramente è più grande di noi ed è ovviamente indecifrabile come la malattia di un bambino e il toccare con mano la possibilità della sua morte, penso possa essere il dolore più grande per una madre.

La scoperta che la nostra società è in qualche modo ostile alla disabilità, mi ha accompagnata durante tutti i due anni della vita di Stefano. Probabilmente chi non lo vive in prima persona, tende in qualche modo ad evitarlo, rifiutandosi a volte persino di parlarne. Durante questi anni ci sono state persone che mi sono venute incontro, tante nuove persone che ho conosciuto e che si sono affezionate a noi, entrando in punta di piedi nella nostra quotidianità, garantendoci sempre un aiuto prezioso.

In queste situazioni spesso c’è anche qualcuno che si allontana.

Grazie ai due anni passati con Stefano, e sicuramente vivendo anche l’esperienza della sua perdita, che, nonostante la malattia e nonostante fossi stata preparata dai medici, è stata quasi improvvisa (non si è mai pronti a perdere un figlio) questo dolore mi ha insegnato che accettare ed accogliere la disabilità è un dono immenso.

3) Questo dolore come ha condizionato la tua vita? Come sei riuscita a trasformare questo dolore in voglia di farcela?
Quando, dopo più di quattro mesi passati in terapia intensiva neonatale, ho finalmente potuto portare Stefano a casa, è stato come vedere gradualmente sgretolarsi i miei dubbi di non farcela.

Mi è sembrato che finché io continuavo ad aver paura, Stefano inevitabilmente poteva solo continuare a vivere momenti critici in ospedale, come fosse una condanna, come sapesse che la sua mamma non era pronta.

Eppure, ad un certo punto, non potevo più fare a meno di volerlo con me in casa, lontano da quelle mura protette, protetto solo dalle mie braccia, proprio come tutti i bambini del mondo.

Sapevo che avrei vissuto momenti molto drammatici e che ci sarebbero stati giorni di paura e di sconforto, e infatti ci sono stati, ma sapevo anche che potevo e dovevo farcela. Lo dovevo a me, a mia figlia, al mio compagno, ma soprattutto lo dovevo a Stefano, che così piccolo si aggrappava alla vita in un modo che mi lasciava esterrefatta e senza fiato.

Ho contattato una associazione, che si chiama Mitocon – insieme per lo studio e la cura delle malattie mitocondriali, che è l’associazione di riferimento in Italia per i malati di queste patologie e per i loro familiari e mi sono subito resa conto di non essere sola ad affrontare una situazione così difficile, tanti genitori vivevano il mio stesso dramma, condividevano i miei dolori, ma anche le mie gioie, mi sono sempre potuta confrontare con altre mamme e altri papà, persone straordinarie che mi hanno sempre teso una mano e sostenuta, e insieme a loro è stato molto più facile. È sempre una grande cosa avere la volontà unirsi e restare uniti per amore di una causa, per quanto possa sembrare difficile, come in questo caso per le malattie mitocondriali, ottenere risultati tangibili in poco tempo.

Nel mio percorso di accettazione e voglia di farcela, Stefano mi ha aiutata molto, perché da quando è tornato a casa, ha iniziato a stare meglio, e vivere le giornate con lui, pur se piene di impegni, terapie, visite a casa da parte di medici e infermieri, era straordinaria, piena di dolcezza, di serenità, di vita vera. Anche mia madre in questo mi ha aiutata tantissimo, è una donna straordinariamente piena di risorse, una nonna eccezionale per mia figlia, e allo stesso modo lo è stata per Stefano.

Portare Stefano a casa e farlo stare bene insieme a noi, è stato un traguardo importante, di cui sono orgogliosa. Mi rivedo ancora con lui in braccio a cercare di insegnargli la parola “MAMMA”, lui cercava di imitare il movimento delle labbra ma non riusciva a parlare, eppure per me è stato come sentirlo chiamarmi mamma migliaia di volte.

4) Quanti sacrifici hai dovuto fare per essere la donna che sei ora? E per ricoprire il ruolo che oggi hai nella società (civile... lavorativa...)?
Sicuramente ho fatto molti sacrifici e ancora ne sto facendo e so che ne farò. Ho cercato per quanto ho potuto di anteporre la mia vita familiare alla mia vita lavorativa, con Stefano è stato quasi automatico, lui non poteva fare a meno di me e io non potevo fare a meno di seguirlo ogni minuto. L’esperienza con lui mi ha insegnato quanto il tempo sia potente e prezioso e quanto sia importante godere di ogni minuto.

Credo che essere donna nella società civile e lavorativa di oggi non sia affatto facile, e non è un luogo comune dire che il pensiero quasi assurdo della società è che una donna debba essere “perfetta” in ogni cosa che fa, altrimenti corre il rischio di essere giudicata e condannata. Cosa che puntualmente accade proprio perché la perfezione non esiste, ognuno ha un concetto diverso di cosa sia ad esempio una buona madre, e tutte le madri finiscono sempre per subire critiche o sono costrette ad ascoltare spesso giudizi non richiesti.

Ma questo si applica anche alla vita domestica, alla situazione lavorativa.

5) Se volessi con una parola definire la situazione della donna oggi nel mondo, quale useresti? E per quale motivo useresti questa parola?
Sicuramente, come dicevo prima, ipercriticata. Una donna, e questo non accade agli uomini, o sicuramente non accade a loro nella stessa misura, è costretta, anche nella società di oggi, che si ritiene in un certo senso moderna, ad essere continuamente sottoposta al giudizio altrui, nella vita personale e familiare come nella vita lavorativa.

6) In che modo la società deve cambiare, affinché si concretizzi un pensiero collettivo di progresso civile e culturale grazie al quale la donna sia finalmente libera, emancipata e mai più soggiogata al potere e alle volontà maschili?
Io credo che siano in primo luogo gli uomini a dover cambiare. L’abbiamo visto con alcune recenti manifestazioni in Polonia in cui le donne sono state pressoché lasciate sole a manifestare contro una legge ingiusta. Questo non succede solo all’Estero, anche in Italia la donna è frequentemente abbandonata a sé stessa. Lo vediamo ogni volta in cui qualcuno dice che una donna ha subito violenza perché magari si era vestita in un qualche modo provocatorio. E spesso ci accorgiamo, inorridendo, che non sono solo gli uomini a pensarlo. Si condanna la vittima anziché il carnefice. E questo accade sempre più spesso. E c’è ancora qualcuno che considera una donna “debole” perché magari si trova in una relazione di violenza e non riesce a uscirne.

Si deve risolvere questo enorme problema culturale ma non è semplice, dovrebbe cambiare il pensiero comune, e dovrebbe cambiare in modo radicale e rivoluzionario per uscirne. Di fatto non credo che ci sia nulla di sbagliato in un uomo che si considera femminista, credo anzi che gli uomini possano essi stessi trarre vantaggio da una società equa e giusta, dove non esistano differenze di genere ad esempio negli stipendi, o nel modo in cui si viene trattati in certi contesti lavorativi.

7) Quale consiglio vorresti dare ad una donna che sta vivendo una situazione di difficoltà?
Parlarne sempre con qualcuno, non cercare mai di sottovalutare il problema, cosa che purtroppo accade ancora oggi troppo spesso, pensare che certe situazioni possano risolversi da sole è sempre sbagliato perché non fa che aumentare il numero degli episodi tragici e accrescere la difficoltà di andare oltre, denunciando. Consiglio di aprirsi all’ascolto di sé stessa, ascoltare ed accogliere le voci di altre donne che hanno vissuto le medesime difficoltà e che hanno avuto la volontà e la forza di superarle. Perché deve essere chiaro che si può uscirne e che nessuna deve essere lasciata sola.

Laura, ti ringraziamo per il prezioso tempo che ci hai dedicato. Ti auguriamo che tutti i tuoi sogni si possano realizzare sia in ambito personale che lavorativo. Prima di lasciarci però, a chiosa finale di questo nostro incontro virtuale, vorremmo che tu facessi un appello contro la violenza sulle donne.
Denunciare sempre! Mai chiudersi in sé stesse o lasciarsi intimidire da certi atteggiamenti, mai lasciarsi travolgere da situazioni di violenza fisica o psicologica evitando di reagire, nella speranza che si risolvano da sé perché questo non accade mai.

 

 

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